Tradizioni e cultura12 luglio 2019

Le ferie ai tempi dell’URSS – Parte I

I sanatori: la via socialista alla cura del corpo, luoghi ancora oggi molto frequentati

Le ferie ai tempi dell’URSS – Parte I

Ci sono luoghi che hanno il potere di farci tornare indietro nel tempo: visitare un sanatorio di epoca sovietica è una delle esperienze più appropriate in questo senso. Sono pezzi di storia sovietica, nobilitati dalla letteratura e ancora molto frequentati, che conservano le atmosfere di una volta e rivelano come, all’apparenza, nulla sia cambiato.

In tutta Europa i sanatori erano la destinazione di chi soffriva di tubercolosi. Nella Russia imperiale, il termine sanatorio aveva tutt’altra valenza: erano centri di villeggiatura per l’élite aristocratica e le classi agiate, frequentati da scrittori come Lev Tolstoj che avrebbe voluto farsi seppellire nel giardino di una di queste.

Questi complessi, con la rivoluzione bolscevica, sono scomparsi. Al loro posto nasceva l’idea della vacanza proletaria.

Moltissimi cittadini sovietici furono riconoscenti a Lenin per l’esistenza dei sanatori (un posto dove passare le vacanze, rigenerandosi anche a livello fisico, qualcosa a metà tra “casa di cura” e “stazione termale”). Era stato proprio il padre della Rivoluzione a firmare il decreto “Sulle località di cura di interesse nazionale” nel 1919.

Il “Codice del Lavoro” del 1922 prescrisse due settimane di ferie all'anno per molti lavoratori e sotto Stalin, nel 1936, il "diritto al riposo" fu sancito per tutti i cittadini dell'URSS nella costituzione.

I sanatori rappresentavano i valori sovietici della vacanza e l’incarnazione del “turizm”: parola apparentemente traducibile come turismo e che invece indicava le attività per rigenerare il lavoratore attraverso l’esercizio fisico e la cura del corpo, contrapposte all’inoperosità occidentale. Il turismo, ai tempi dell’Urss, non era un momento di libertà individuale, ma uno strumento ideologico del partito.

A questa concetto è corrisposto la popolarità di questo tipo di strutture e il loro rapido sviluppo, che ha visto nel 1939 la costruzione di 1.829 nuovi sanatori in tutta l'Unione Sovietica, frequentati da milioni di persone.

Non importava la collocazione geografica, la cultura o la storia dei vari paesi, ogni sanatorio socialista sul territorio dell’ex Unione sovietica doveva rispettare alcuni elementi ricorrenti obbligatori: un policlinico, dormitori, uffici amministrativi e spazi verdi per racchiudere la vacanza perfetta del lavoratore socialista.

Lo stato provvedeva a finanziare le cure e, dall’Armenia all’Uzbekistan, dal Kirghizistan all’Ucraina o alla Moldova, tutto il territorio dell’Urss si riempì di queste strutture che rappresentavano un’avanguardia dal punto di vista medico.

L’impostazione medica arriva perfino al controllo dei tempi individuali di esposizione al sole, fissa i requisiti di accesso agli stabilimenti: solo chi sarà in possesso di certificato medico e di una appropriata prescrizione (“putiovka”) potrà raggiungere la località climatica prescritta, non prescelta liberamente.

Se il proletario è parte essenziale della macchina produttiva socialista, il suo recupero è prezioso e deve essere efficiente, non disturbato neanche da distrazioni familiari. I certificati medici sono emessi su base individuale: non è previsto che una famiglia possa godere di un periodo di vacanza insieme; a ricomporsi sono le cellule di partito, i gruppi di fabbriche e uffici, che si raccolgono in massa in queste grandi struttura di cura e divertimento.

Il riposo, evidenziato dall'aggiunta di alcuni chili in più alla partenza, era un segno di buona salute. Si riteneva che ciò producesse la massima produttività nel periodo post-sanatorio, un concetto che persiste fino ad oggi.

I buoni di soggiorno per i sanatori venivano dati gratuitamente ai contadini di tutto il Paese. Veniva loro pagato dallo Stato persino il viaggio. 

Carlo Policano

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