Luoghi24 gennaio 2020

Odessa - Parte II

Eduardo Di Capua e Giovanni Capurro: destini incrociati

Odessa - Parte II

La vita di Odessa, a metà dell’Ottocento, è molto vivace, influenzata dalla cultura italiana che contribuì fortemente alla formazione del Teatro dell’Opera, con nomi come quello di Eleonora Duse, mentre per le strade, nei mercati e nei cortili della città, è un susseguirsi di musiche di Verdi, Rossini, Donizetti, Bellini, eseguite dai suonatori di organetti in giro per la città. La musica, più di altre attività, ha avvicinato l’Italia a Odessa, rendendola la più europea e mediterranea dell’impero russo.

Per quanto sia storia nota, il legame della canzone ‘O sole mio con Odessa non è immediato e rappresenta solitamente una sorpresa per gran parte delle persone.

Storia davvero insolita: gli autori, Eduardo Di Capua e Giovanni Capurro sono grandi amici nella vita reale, condividono la passione per la musica e sono uniti nella sfortuna di essere perennemente senza un soldo.

Di Capua è al centro dell’origine russa del brano: figlio di musicista, costretto ad abbandonare il conservatorio per seguire il genitore in giro per l’Italia e l’Europa, è un concertista conosciuto, posteggiatore (in origine, era un modo particolare di fare musica stando “fermi ad un posto” per allietare i clienti nei locali), a Napoli come altrove. Il giovane Eduardo faceva parte del quartetto messo su dal padre Giacobbe, molto apprezzato anche all’estero. 

Se Di Capua è una figura centrale nella storia di ‘O sole mio, altrettanto decisiva è quella di Giovanni Capurro, destinato dal padre professore agli studi tecnici ai quali preferisce quelli del Conservatorio, cronista, critico teatrale e, negli ultimi anni di vita, impiegato amministrativo presso il “Roma”, quotidiano con sede a Napoli.

Capurro era colto e brillante, spesso ospite dei salotti cittadini dove cantava e suonava il pianoforte. Accanito giocatore, passò l’intera vita in attesa di una vincita al lotto perdendo i suoi pochi guadagni e vivendo, con moglie e tre figli, in ristrettezze finanziarie per tutta la vita. Le sue poesie videro la luce a distanza di 30 anni dalla sua morte.

Siamo nell’autunno del 1897, Eduardo cammina lento per i vicoli di Napoli. In lontananza intravede il suo amico Giovanni seduto al bar che scrive su un foglietto. Si dirige verso di lui, i due si salutano con affetto. Prendono un caffè, parlano del tempo, dei primi freddi, dei problemi quotidiani. Ma anche di progetti di lavoro. Eduardo è in procinto di partire in tournée per la Russia, Giovanni è felice per lui. Il tempo vola che è una meraviglia ed Eduardo è costretto a salutare l’amico, ha impegni di lavoro e quelli, si sa, non possono aspettare. Giovanni gli mette il foglietto in tasca per “quando avrà tempo e ispirazione”. Eduardo capisce al volo e lo saluta con affetto, dando rassicurazione sul fatto che lo avrebbe fatto.

Passano alcuni mesi, la tournée sta per finire. Durante il soggiorno a Odessa, Eduardo Di Capua, in un albergo sul Mar Nero, dopo aver trascorso tutta la serata a suonare il violino in giro, si prepara per rientrare finalmente a Napoli. Si accorge di avere qualcosa nella tasca della giacca. Si ricorda dell’amico e legge attentamente le parole come a cercarne la melodia. Si commuove.

La notte trascorre tra insonnia e uno strano sogno. E’ l’alba. Dalla finestra un pallido sole invernale fa capolino fra la nebbia fitta. Gli gira in testa una melodia, comincia ad appuntare alcune note sedendosi al pianoforte; al di là dei vetri il sole si intravede distintamente sul Mar Nero, come il viso di Nina, la donna del sogno.

Nasce la canzone italiana più famosa di tutti i tempi. Le note di ‘O sole mio sono arrivate perfino nello spazio grazie a Jurij Gagarin che cantò a squarciagola la melodia nella navicella del primo viaggio dell’uomo intorno alla Terra: era il 12 aprile 1961. Nel 2002, dopo 41 anni, la canzone trovò un altro straordinario interprete: papa Giovanni Paolo II, a Ischia per i suoi 82 anni, ne fece un piccolo accenno.

Appare curioso che una canzone di successo come questa non abbia arricchito i suoi autori, anzi non evitò nemmeno che morissero in miseria. La beneficiaria di questo straordinario successo è stata, e lo è ancora, la Casa editrice Bideri che da oltre un secolo continua a godere i diritti d’autore.

Simbolo della napoletanità e della passione per una donna, dietro la partitura, e le magnifiche strofe, si nascondono anche la fugacità della vita e quella dell’amore.    

Carlo Policano

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