Tradizioni e cultura13 settembre 2019

Dialetti italiani nell’Europa dell’Est tra XIX e XX secolo – Parte I

Emigrazione sulle rotte meno conosciute

Dialetti italiani nell’Europa dell’Est tra XIX e XX secolo – Parte I

Se pensiamo all’emigrazione italiana negli ultimi due secoli, quali mete storiche, il nostro pensiero è orientato verso l’America e l’Europa settentrionale: ad una prima fase verso l’America Latina, fece seguito un massiccio afflusso di emigranti verso Stati Uniti e Canada; in Europa l’emigrazione si incanalò verso Svizzera, Belgio e Germania, destinata ad assumere carattere di massa nel dopoguerra assieme agli spostamenti interni, dal Sud al Nord, che caratterizzarono gli anni del boom economico.

Gli effetti di questi spostamenti furono diversi a seconda dei paesi d’accoglienza, delle regioni d’origine degli emigrati, della loro volontà di integrarsi nel nuovo contesto linguistico: la forte disseminazione degli immigrati all’interno di nuovi territori ha impedito la sopravvivenza di “comunità” o “isole linguistiche” e certamente non ha favorito la “durata” della lingua originaria. 

Alcuni fenomeni significativi di fusione linguistica hanno riguardato le mete migratorie meno note e in genere numericamente più ridotte, sparse tra l’Europa meridionale.

Si tratta di “luoghi” che furono altrettanti punti d’arrivo di trasferimenti che avvennero tra la fine del ’700 e i primi anni del ’900, fenomeni migratori destinati a lasciare tracce significative nella realtà linguistica locale.

A differenza della legislazione italiana, diversi Paesi dell’Est, non associano il concetto di minoranza linguistica a un insediamento storico: si tratta infatti di gruppi il cui trasferimento nei territori attuali è di origine recente, non anteriore comunque alla seconda metà del XIX secolo, che induce a nuove considerazioni sul concetto di “storicità” delle minoranze linguistiche.

L’Ungheria, la Polonia e la Repubblica Ceca riconoscono ad esempio l’esistenza di minoranze greche che risalgono alla fine della Seconda guerra mondiale: in Ucraina esiste una minoranza coreana come conseguenza della deportazione, nel dopoguerra, operata da Stalin sugli immigrati stabilitisi nell’Estremo Oriente russo all’inizio del ’900. 

Un discorso analogo vale anche per la Romania dove è riconosciuta ufficialmente l’esistenza di una minoranza linguistica italiana: si tratta di circa 3.000 persone, residuo di flussi migratori di origine veneta, friulana e trentina, costituito da manodopera specializzata e da agricoltori, che ebbe origine nella seconda metà dell’Ottocento e venne benevolmente accolto sia dalle autorità Austro-ungariche in Transilvania che da quelle romene nelle altre regioni. Altri Italiani, per lo più Genovesi, si erano intanto stanziati nei porti fluviali lungo il Danubio per esercitarvi il commercio, ma questo avveniva già da molti secoli.

Alla minoranza italiana come alle altre minoranze etniche, la Costituzione romena riserva di diritto un seggio al parlamento nazionale, e in linea di principio viene riconosciuto il diritto all’utilizzo della lingua (che non tutti i membri della “minoranza” in realtà padroneggiano) in ambito didattico: un insegnamento specifico dell’italiano sembra tuttavia limitato alle scuole di Greci, ubicato nel distretto di Tulcea, e di Costanza, mentre a Bucarest esistono ancora due licei italiani aperti anche a studenti romeni.

Queste considerazioni di carattere generale ci permettono già di delineare una sia pur breve sintesi della storia e della realtà attuale di alcune comunità di interesse linguistico dell’emigrazione italiana in senso lato “ottocentesca” verso Est.

Carlo Policano

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