Tradizioni e cultura20 dicembre 2019

La città sovietica – Parte II

Viaggio nelle tipologie abitative all’epoca socialismo reale in Moldova

La città sovietica – Parte II

Con la denuncia sugli sprechi delle risorse statali nei complessi urbani (le lussuose “case di Stalin”) e l’avvio delle riforme sul piano economico, culturale e delle relazioni internazionali, inizia in Unione Sovietica, tra il 1953 e il 1960, il programma per la costruzione di abitazioni più massivo che la storia conosca.

Nikita Chruščëv, nuovo segretario del PCUS, imprime un’accelerazione all’intero comparto: l’abbattimento dei costi, le tecnologie di prefabbricazione e la velocità di realizzazione sono i nuovi obiettivi. Lo fa sostenendo le khrushchevki, così chiamate dalla popolazione, abitazioni concepite per bloccare la fase acuta della crisi di alloggi ereditata dall’epoca di Stalin.

Chruščëv assegna in quegli anni all’edilizia la percentuale più alta mai stanziata in questo settore, convinto di risolvere in un decennio la questione abitativa: questo ha portato alla costruzione di milioni di abitazioni, fornendo di un alloggio i due terzi della popolazione. Nel 1961 la popolazione cittadina supera quella rurale.

Il processo produttivo e costruttivo passa da un sistema qualitativo e artigianale alla tipizzazione e all’industrializzazione edilizia: i blocchi residenziali, formati da pannelli interamente assemblati in fabbrica e poi semplicemente montati in loco, rappresentano l’ideologia sociale comunista in tutto il blocco sovietico.

Una chruščëvka di 5 piani doveva essere pronta in poco più di 40 giorni, interni compresi: l’eliminazione delle spese superflue (balconi, ascensori solo per i blocchi con più di 5 piani, soffitti a 2,50 m, nessuna traccia di isolamento acustico e termico) era la priorità del progetto chruščëviano che prevedeva l’utilizzo di queste abitazioni in maniera “temporanea”, in quanto l’ideologia sovietica prevedeva la realizzazione, negli anni ’80, del comunismo e quindi ogni cittadino sovietico avrebbe potuto permettersi di acquistare il proprio appartamento.

Nonostante gli spazi standardizzati, chi si trovava a passare dalle kommunalki o dalle baracche ad una chruščëvka trovava più positività che lamentele: ritornava la sfera del privato e nonostante alcune venissero dotate di rifiniture esterne particolari da distinguerle l’una dalle altre, la sostanza rimaneva la stessa. Nella quotidianità, stalinki e khrushchevki diventano rispettivamente sinonimi di abitazioni di qualità ed elitarie e di abitazioni scomode a buon mercato. Dopo il 1960, la vita degli abitanti dell’URSS cambia totalmente. Tutti gli inquilini delle nuove abitazioni ora sono davvero considerati uguali: si abolisce la distinzione tra alta società e operai producendo quell’impercettibile rivoluzione sociale nei rapporti fra stato e cittadino.

La tappa architettonica successiva, di breve durata, è rappresentata dalle brezhnevki, dal nome del leader di turno alla guida del Paese. La tipologia è caratterizzata da un maggior numero di piani (tra 9 e 16), dalla presenza di più ascensori, da appartamenti di ampia metratura, più funzionali. La qualità delle costruzioni è appena superiore alle precedenti, ma ugualmente scomode e disagevoli, in quanto realizzate per rispondere all’incremento demografico dei centri urbani.

Seppure in numero limitato, vennero edificati alcuni stabili che presero il nome di “case per gli alti esponenti del partito” (цековские дома), meno attraenti dei condomìni per l’élite del periodo staliniano, tuttavia con superfici degli appartamenti di gran lunga superiori alle case dei decenni antecedenti. Questa tipologia di immobili è presente in zone centrali e di pregio o in quartieri ambiti per il contesto o per le comode vie di comunicazione verso il centro della città. Sebbene Brezhnev rimase al potere fino alla fine del 1982, la costruzione di questa tipologia è durata praticamente fino agli ultimi mesi del periodo sovietico.

Allo stato attuale, tuttavia, il problema principale dell’ambiente urbano, almeno in Moldova non è rappresentato dai vecchi edifici ma stranamente quelli nuovi: anche se l’URSS è caduta, i suoi edifici sono “vivi”, nonostante i difetti. I quartieri sovietici furono creati in primo luogo come ambiente umano; i “quartieri-dormitorio” attuali, alti, compatti, sono unicamente soluzioni obsolete allo scopo di trarne profitto.

Gli architetti hanno conquistato la libertà estetica ma senza tuttavia riuscire finora ad allontanarsi da certe tipologie abitative e da una visione anonima delle città.

Carlo Policano

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