Luoghi12 aprile 2019

Soroca: la capitale mondiale dei Rom – Parte II

Un’architettura improbabile in luoghi particolari tra sogno e desiderio

Soroca: la capitale mondiale dei Rom – Parte II

A differenza di quanto comunemente si crede, la stragrande maggioranza dei Rom e dei Sinti non sono da considerare minoranze "nomadi" ma si compongono di famiglie che oramai, per diversi motivi, sono passati a un sistema di vita sedentaria.

E questo per motivi storici: l’idea degli zingari come un “popolo nomade” è frutto della precarietà di vita in cui versano da anni, legata spesso ai tipi di lavoro che svolgevano, come i Kalderasa (calderai), i Lovara (commercianti di cavalli), i Lingurari (utensili di legno), i Lautari (musicisti e strumenti musicali) o i Circensi e gli Ursari (spettacoli viaggianti). Vivevano in maniera itinerante interagendo con economie essenzialmente agricole.

E’ da sottolineare che già nel 1500 nei balcani, nell’impero austro-ungarico, in Spagna o in Francia e Italia, i rom svolgevano professioni artigianali, abitavano in dimore fisse e pagavano le tasse.

Il principato di Moldavia li vide nello scomodo ruolo di schiavi, potendo esercitare mestieri itineranti a patto che pagassero i tributi: spesso i rom erano schiavi di monasteri che li utilizzavano per il lavoro nei campi. Rimasero tali fino alla metà dell’800, quando con le rivoluzioni liberali, fu abolito lo schiavismo nella regione. Nei paesi comunisti i rom subirono misure di collettivizzazione con l’inserimento nelle strutture abitative delle città, veri e propri ghetti.

Ancora oggi il popolo rom si tiene ai margini della società. Un estremismo che suscita ammirazione: i critici della società contemporanea dovrebbero studiare in maniera scrupolosa la lezione rom. L’arroganza odierna ci spinge a pensare di cambiare i rom e adattarli alla nostra vita.

Spesso per paura di essere discriminati, i rom preferiscono non rivelare la propria appartenenza culturale diventando così “invisibili”: è successo a personaggi come Charlie Chaplin, Elvis Presley, Rita Hayworth, Yul Brynner, Joaquìn Cortés, Bob Hoskins, Michael Caine, Antonio Banderas, Zlatan Ibrahimovic, solo per citarne alcuni.

E’ una questione molto complessa. In Moldova avviene esattamente il contrario, come nel caso del quartiere sulla collina che domina la città di Soroca, piccola e tranquilla città del nord, bagnata dal fiume Nistru sul confine con l’Ucraina: un sogno materializzato dove storie, viaggi, fascinazioni, ricordi, si fondono nella totale anarchia di un popolo libero finalmente di esprimersi.

Soroca è famosa anche fuori dai confini moldavi: l’antico avamposto genovese ha incuriosito giornalisti e fotografi più per la “collina dei rom”, un quartiere costituito da una cinquantina di ville, che per la sua “fortezza”.

Un’architettura libera, disordinata e singolare nell’insieme, dove l’unica regola è l’esibizione della potenza finanziaria attraverso elementi architettonici contrastanti, come le architetture “replicate”, riproduzioni di edifici famosi come la Casa Bianca, la Basilica di San Pietro a Roma o il Teatro Bol'šoj di Mosca.

E’ la libertà e il suo intelligente uso che ha permesso alla comunità Rom di riscattarsi e lo ha fatto nel modo più evidente e provocatorio possibile erigendo dal nulla monumenti ai propri desideri nei quali poi vivere in un mondo proprio, allegro e colorato, lontano ma vicino all’architettura residenziale locale che, ancora oggi, si sforza ma non riesce a riscattarsi dai retaggi soviet, plumbei e grigi”.

E lo fanno con i luminosi colori che sono per i rom “… la pelle sia interna che esterna delle case  le fanno apparire come costruzioni fantastiche, irreali come in effetti doveva essere fantastico il sogno e il desiderio di avere una casa, un luogo stabile per un popolo che da centinaia di anni vaga fuori dai suoi luoghi di origine”– come sottolinea l’architetto Patrizio Corno, co-autore di “Gipsy Interiors” e “Gipsy Architecture” insieme a Carlo Gianferro e Renata Calzi, nei due libri che splendidamente documentano questa strana realtà urbana.

Carlo Policano

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