Tradizioni e cultura10 dicembre 2019

La città sovietica

Tra insediamenti industriali e modelli abitativi

La città sovietica

La città sovietica è un fenomeno poco studiato: la ricerca storiografica mette in evidenza la complessità delle vicende architettoniche e urbanistiche, praticamente ignorate finora, in rapporto alla velocità di sviluppo e all’idea di modificare il modo di vivere di un paese agricolo in uno industriale, per creare una società nuova.

Emerge una strategia politica, nell’organizzazione del territorio e della città, che contrasta con la visione stereotipata unitaria e propagandistica che la storiografia classica attribuisce alle iniziative edilizie, in quanto modelli di un nuovo ordine politico e sociale.

La nascita della “città sovietica”, legata a politiche d’industrializzazione e non a problemi demografici, per quanto chiara nelle sue fasi di sviluppo, diventa complessa nel momento in cui si mettono in relazione sviluppo industriale e urbanizzazione.

A quasi trent’anni dal suo epilogo, tuttavia, non è ancora possibile esprimere un giudizio complessivo su un’esperienza storica così lunga e complessa: il modello proposto imponeva una condivisione di forme e pratiche dell’abitare svincolate dalla tradizione dei luoghi. Per circa settant’anni, dal 1922 al 1991, le repubbliche socialiste sovietiche costituirono unicamente, sia sul piano economico che politico e sociale, un esperimento singolare.

La situazione abitativa, all’ingresso in guerra dell’URSS (1941), era drammatica, con milioni di persone costrette a vivere in capanne di fango. Le abitazioni esistenti venivano assegnate “in coabitazione” a nuclei familiari che occupavano ognuna una stanza e utilizzavano in comune gli altri servizi. Per le condizioni economiche del Paese e per la velocità di crescita non sarebbe stato possibile del resto dare un appartamento a ciascuna famiglia.

L’Unione Sovietica in pochissimi anni passerà da una condizione prevalentemente agricola alla situazione di seconda potenza economica mondiale: un processo di sviluppo che non ha paragone nemmeno con la rivoluzione industriale del secolo precedente.

L’economia sovietica era fondata sull’industrializzazione e il modello abitativo rispecchiava questa standardizzazione. L’abitazione operaia diventa il nucleo del nuovo sviluppo.

Il modello, basato sul kombinat, era costituito da un insediamento industriale vicino al quale erano posizionati un’area residenziale e una zona destinata alla produzione: in pratica si costruiva la fabbrica e poi intorno si sviluppava la città. Un modello che ritroviamo in tutti i paesi del blocco sovietico, con le stesse caratteristiche.

Si creano così le “monocittà”, aree destinate a riunire risorse e strategie di sviluppo esclusivamente legate al lavoro, trascurando gli altri aspetti del vivere. I servizi sono distribuiti secondo un ordine gerarchico: commercio, servizi e parco al centro del quartiere, negozi di prima necessità all’interno di ogni zona. Le strutture sono collocate a distanze raggiungibili a piedi dagli abitanti. 

Un modello vulnerabile che non ha retto al disfacimento dell’Unione Sovietica e al libero mercato. La zona abitativa è uno dei problemi di queste città poiché le residenze, pensate come temporanee e legate al ciclo produttivo dell’impianto, con il tempo si sono trasformate in abitazioni stabili, non avendone le caratteristiche.

Appare evidente il problema conservativo di questo immenso patrimonio, gran parte del quale, in mancanza di una manutenzione, sta rapidamente deteriorandosi, rivelando l’originaria costruzione “a termine”. Un’ulteriore difficoltà è rappresentata dalla gestione degli spazi aperti, dall’assoluta mancanza di parcheggi, dato che all’epoca di costruzione il possesso di un’automobile era cosa rara tra gli abitanti. Un ulteriore elemento di debolezza è rappresentato dello scarso utilizzo dei piani terra degli edifici, che impedisce di stabilire una relazione di scambio tra dimensione urbana e domestica dell’abitare.

Su un altro livello si muoveva l’architettura pubblica e dei servizi collettivi, a cui spesso era affidata l’immagine della “propaganda” del regime, raggiungendo un’imprevedibile libertà estetica e creativa decisamente sorprendente.

Carlo Policano

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