Tradizioni e cultura28 gennaio 2020

Homo Sovieticus

Un viaggio nella vita quotidiana di un comune cittadino sovietico

Homo Sovieticus

Nato in URSS” non sono le memorie di un uomo che ha trascorso la propria infanzia e adolescenza nella Moldova sovietica, ma i frammenti di un’epoca passata e gli aspetti della vita quotidiana di un comune cittadino sovietico, che non trovi nei libri di storia o dalla narrazione dell’epoca diffusa in Occidente.

L’URSS è il suo Paese, dove è nato e vissuto, che non può lasciarti indifferente, qualsiasi rapporto tu abbia avuto con lui, che tu lo ami o lo odi.  Il libro di Vasile Ernu è quindi una narrazione dell'URSS, con note di colore e di umanità, spesso appiattita sul preconcetto del freddo siberiano e del grigiore dei condomini che caratterizzavano le periferie delle grandi città del blocco socialista.

E’ la chiave di lettura per leggere il libro, partendo dall’esperienza soggettiva senza la pretesa di una verità storica e scientifica: “abbiamo vissuto nel comunismo, c’è stata repressione e dolore, ma in questo mondo le persone hanno vissuto. Provo a raccontare un mondo scomparso, indifferentemente dal sistema in cui vivi, dall’ideologia, dalla repressione, la cosa più importante è la vita”.

L’autore è un “prodotto made in Urss”. Ricorda il film di Spielberg con Tom Hanks, The Terminal, con il protagonista che a un certo punto si ritrova prigioniero nell’aeroporto, poiché il suo paese politicamente non esiste più. Come il cittadino dell’ex Unione Sovietica che ha nostalgia di una casa che non esiste più. Per l’uomo sovietico, testimone di un regime totalitario che considera “uno dei progetti utopici dell'umanità” non c'è più un luogo in cui tornare, il passato è diventato letteratura.

Il libro è interessante non solo per chi desidera distrarsi in un paradiso socialista surreale, dove persino le disfunzioni, come aspettare per ore in coda per ottenere beni o servizi, viene elevata a bene superiore incomprensibile agli Occidentali (“Loro, con tutta la libertà e la società civile, non sono riusciti a creare tanta ricchezza quanta ne abbiamo creata noi con questo istituto sociale”).

E’ scritto soprattutto per un pubblico non sovietico, per chi non ha avuto un’esperienza diretta con lo spazio sovietico. Capitoli concepiti come in un’enciclopedia della vita sovietica, in cui “il salame ce l'avevamo, lo pagavamo solo due rubli e venti, latte e kefir li avevamo, il pane costava poco, e di vodka ce n'era quanta volevamo. Durante le feste bevevamo spumante sovietico, mangiavamo arance e la produzione di film era fiorente. Eravamo orgogliosi, felici della nostra Patria”.

L’apice si raggiunge quando l’uomo sovietico assocerà la propria casa alla komunalka opponendo questa struttura all’abitazione borghese. Non importa essere nati nelle case aristocratiche date alla classe operaia, “il modello della komunalka perdura nelle coscienze, è conservato e trasmesso ai posteri. I nostri eroi, le grandi personalità, abitano accanto a noi, nella stessa komunalka denominata URSS”. Per mezzo di divertenti, e talvolta paradossali racconti, lo scrittore ci guida nella vita sovietica, con il popolo che faceva collettivamente “tutto, sempre e ovunque”, ma non dice niente dell’esperienza personale, del suo quartiere, della sua città o della Moldova sovietica, senza una riflessione critica su ciò che è stata l'Unione Sovietica. 

Per queste ragioni è difficile accettare un testo che propone un amarcord romantico di qualcosa che per molti popoli è stato un incubo: Ernu non ha voglia di parlare della sofferenza di popoli, come quello “suo” moldavo, che hanno vissuto la perdita dell'indipendenza e la sovietizzazione come una parentesi terrificante.

Ernu è un narratore di parte con nostalgia della sua giovinezza, del mondo che ha conosciuto e rappresentato, nel bene e nel male, soprattutto quando dice che “i soldi non ci interessavano, avevamo scopi di gran lunga più nobili, come l'uguaglianza, la fratellanza, la pace, la libertà, mentre l'accumulo di capitale era un intento meschino proprio della borghesia capitalista”. Vasile Ernu crede che il comunismo sia la soluzione, ancora adesso. Forse è questo il grande limite della sua ricerca e del suo pensiero: rimanere ancorato a un passato antico, sbagliato e sanguinario. 

Nel libro si individua ben presto un protagonista, “noi, il popolo sovietico”, e un antagonista, “loro, i capitalisti”, ed è chiaro che Ernu è a questi ultimi che si rivolge per raccontare nei dettagli i più svariati aspetti della vita di un cittadino sovietico.

Il libro di Vasile Ernu può essere un'introduzione narrativa ad un mondo su cui la caduta del Muro di Berlino ha gettato poca luce: dopo 30 anni la cultura popolare sovietica e post-comunista in generale rimane del tutto ignota al grande pubblico dei Paesi che si trovavano dall'altra parte della “cortina di ferro”.

Carlo Policano

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